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Carocci Editore ha pubblicato il libro
“1421: la Cina scopre l’America” di Gavin Menzies, ex ammiraglio della marina
britannica.
Lo scrittore ci descrive una Cina, nel
periodo in cui regnava la dinastia Ming (1368-1644), capace di intraprendere
imprese marittime fuori dal comune: la circumnavigazione del mondo.
Gli odierni discendenti di Cristoforo
Colombo e Magellano saranno probabilmente andati su tutte le furie, perché è
proprio ai danni dei due più grandi esploratori del mondo che si costruisce
questo coinvolgente “romanzo di avventura”, accompagnato, oltre che da una
ricca biografia, anche da diverse appendici, che hanno come proposito quello di
avvalorare le ipotesi dello scrittore.
Leggendo il libro, ricco di cartine
geografiche antiche e moderne, che aiutano a rendere più piacevole la lettura,
ci rendiamo conto che i cinesi raggiungono ogni regione di questo mondo con
estrema facilità, passando dall’India all’Africa, dall’Africa alle Americhe e
poi dritti verso Capo Horn per godersi il clima non troppo mite della Terra di
Graham (Antartide) e dintorni.
Il libro oltre ad essere un
indispensabile atlante geografico (sfido chiunque a dirmi dove si trovi l’Isola
dell’Elefante, che non è la bellissima e incontaminata isola tropicale
tailandese Ko Chang, [in lingua thai Ko=isola, Chang deriva dal cinese
Xiang=Elefante], ma un posto dal clima ben più rigido situato all’estremo sud
del nostro mondo), mette in rilievo la potenza straordinaria delle flotte
cinesi e il coraggio dei loro ammiragli e dei loro equipaggi, che si adattavano
a ogni genere di clima, a ogni tipo di sofferenza, che probabilmente si
adattavano a cibi differenti dalla loro cucina tradizionale (questa sarebbe una
notizia interessante!!!).
Il libro è indubbiamente avvincente,
forse pedante in alcune sue parti dove il lettore (non ammiraglio di lavoro)
fatica a seguire le spiegazioni tecniche relative a rotte, latitudini,
longitudini, venti e correnti. Molto piacevoli e interessanti, a mio parere,
sono i capitoli che fanno riferimento al viaggio di Zhou Man (cap. IV) e di
Zhou Wen (cap. V), nei quali Menzies porta delle prove concrete dell’arrivo
della flotta del tesoro cinese nelle Americhe: presenza di polli asiatici,
villaggio peruviano con soggetti che parlano cinese, indios del Venezuela con
caratteristiche cinesi nel DNA, ed ancora iscrizioni in lingua cinese in alcuni
bronzi peruviani ecc. (uno studio attento ed approfondito sulla presenza cinese
in Perù è stato fatto dalla D.ssa Lucia Lini presso l’Università di Roma “La
Sapienza”).
Nel complesso il libro risulta ben
fatto ed è sicuramente da non perdere se non altro perché c’è un tentativo di
rivoluzionare il passato storico (non ho mai creduto che esista un passato
storico che non possa essere revisionato). Inoltre è scritto da qualcuno che
lascia trapelare le proprie emozioni (bravo Menzies!) e che tratta temi che
solitamente vengono “censurati” negli ambienti accademici.
Sfortunatamente in Cina non è rimasto nulla che testimoni “l’odissea
cinese in giro per il mondo” e questo non gioca a sfavore di Menzies, (era cosa
solita in Cina distruggere tutto ciò che riguardasse la dinastia precedente).
Una cosa è certa: l’attuale presenza di
comunità cinesi nei paesi e nelle regioni di tutto il mondo (tanto per citarne
alcune: Isola di S. Lucia, Maldive, Mauritius) spezzano una lancia in favore
delle ipotesi dello scrittore. Resta il dubbio comunque su chi abbia scoperto
l’America.
A proposito, per fare questo libro Menzies ha visitato 120 paesi e più di 900 tra musei e biblioteche, sarà lui il Cristoforo Colombo del XXI secolo?
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