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Ferro 3 e il silenzio

a cura di Marco Meccarelli


Dopo “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” Kim Ki-duc presenta un film dove simboli, astrazioni e silenzi, riescono nell’ardua impresa di comunicare, attraverso la gestualità e lo sguardo, temi orientali abilmente riadattati per un sensibilità occidentale.

Evitando piccoli espedienti intellettualoidi, caricando le inquadrature di una simbologia sottesa, il regista introduce l’osservatore nel lirismo della composizione delle inquadrature che si sposa perfettamente con le similitudini create dal montaggio, mentre una essenziale eppure toccante colonna sonora  contribuisce, in maniera determinante, a delineare una ricercata esperienza di purificazione.

Il film, a metà strada tra una ghost story e il bozzetto della vita quotidiana nella Corea del sud, inserito a sorpresa tra i contendenti al Leone d’Oro del Festival di Venezia del 2004, dove ottiene il Premio Speciale della Giuria, narra le vicende del giovane Tae Suk.

L' amore che nasce dalla “muta conoscenza” fra il protagonista che entra furtivamente nelle case sulle cui porte non sono stati rimossi i volantini che precedentemente aveva lasciato, e una bellissima modella, vittima delle prepotenze del compagno, conduce verso una intricata, a tratti morbosa, complicità che rende superflue il tentativo della parola e la declamazione del sentimento.

La ricerca di un approdo metafisico nell' esperienza dei due amanti, lascia spazio al progressivo spogliarsi di qualsiasi sovrastruttura e dell’illusione proveniente dall' esterno, come totale atto di devozione e alterità assoluta dell' esserci per l' altro, consistenza e pienezza percepibile delle forme.

Il processo quindi, secondo un’evidente adesione al pensiero buddhista già presente nel precedente lungometraggio, assume più valore del risultato proprio come un mandala che viene distrutto nel momento in cui viene completato perché rappresentazione metaforica dell’impermanenza della vita. 

Il simbolismo si trasfigura già nel titolo: il ferro3, un tipo di mazza da golf, "quella che non usa mai nessuno" come  disse Kim Ki-duk e più genericamente il golf come richiamo alla solitudine letale e catartica, la bellezza, il rumore (la parola) e il silenzio.

Il silenzio, il canale comunicativo tra il protagonista e la donna, rende la loro vicenda incomprensibile al “mondo verbale”, che parla e distrugge (come il marito e il poliziotto) laddove Tae-suk, col suo silenzio, ordina.

 L’azione del protagonista è proprio quella di donare un contenuto alla realtà: per vivere occupa case altrui momentaneamente disabitate e in queste case, con premura e affettuosa attenzione pulisce, aggiusta, ri-ordina; è proprio in una casa vuota che Tae-suk incontra Sun-hwa,una persona svuotata, alla quale regala un contenuto.

Ma il gioco interno alla coppia conserva un contesto esterno reale e per questo è condannato a soccombere alle sue leggi: il protagonista, arrestato perché scoperto, porta alle estreme conseguenze l’emarginazione, fino all’eccesso: l’eroe diventa invisibile proprio per ritornare definitivamente dalla donna

La loro realtà supera in questo modo i sensi e la percezione diventa totale: è il sentire e non vedere l’amato, quella consapevolezza dell’essere che supera la cognizione dei sensi.

L’apparente dissidio tra pessimismo e solitudine nasconde in fondo un dramma inteso come follia dell'illusione e la sua sconcertante verità è l’intreccio di storie che sembrano ricordarci come la nostra esistenza sia la lotta della memoria contro l'oblio, il suo non-tempo. Ma il dramma è sempre e solo apparente, perché è comunque illusione:l'amore, il vero amore, rimane sempre quello delle cose non dette.


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