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Dopo
“Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” Kim Ki-duc presenta un
film dove simboli, astrazioni e silenzi, riescono nell’ardua impresa di comunicare,
attraverso la gestualità e lo sguardo, temi orientali abilmente riadattati per
un sensibilità occidentale.
Evitando
piccoli espedienti intellettualoidi, caricando le inquadrature di una
simbologia sottesa, il regista introduce l’osservatore nel lirismo della
composizione delle inquadrature che si sposa perfettamente con le similitudini
create dal montaggio, mentre una essenziale eppure toccante colonna
sonora contribuisce, in maniera determinante, a delineare una ricercata
esperienza di purificazione.
Il
film, a metà strada tra una ghost story e il bozzetto della vita quotidiana
nella Corea del sud, inserito a sorpresa tra i contendenti al Leone d’Oro del
Festival di Venezia del 2004, dove ottiene il Premio Speciale della Giuria,
narra le vicende del giovane Tae Suk.
L'
amore che nasce dalla “muta conoscenza” fra il protagonista che entra
furtivamente nelle case sulle cui porte non sono stati rimossi i volantini che
precedentemente aveva lasciato, e una bellissima modella, vittima delle prepotenze
del compagno, conduce verso una intricata, a tratti morbosa, complicità che
rende superflue il tentativo della parola e la declamazione del sentimento.
La
ricerca di un approdo metafisico nell' esperienza dei due amanti, lascia spazio
al progressivo spogliarsi di qualsiasi sovrastruttura e dell’illusione
proveniente dall' esterno, come totale atto di devozione e alterità assoluta
dell' esserci per l' altro, consistenza e pienezza percepibile delle forme.
Il
processo quindi, secondo un’evidente adesione al pensiero buddhista già
presente nel precedente lungometraggio, assume più valore del risultato proprio
come un mandala che viene distrutto nel momento in cui viene completato perché
rappresentazione metaforica dell’impermanenza della vita.
Il
simbolismo si trasfigura già nel titolo: il ferro3, un tipo di mazza da golf,
"quella che non usa mai nessuno" come disse Kim Ki-duk e più
genericamente il golf come richiamo alla solitudine letale e catartica, la
bellezza, il rumore (la parola) e il silenzio.
Il
silenzio, il canale comunicativo tra il protagonista e la donna, rende la loro
vicenda incomprensibile al “mondo verbale”, che parla e distrugge (come il
marito e il poliziotto) laddove Tae-suk, col suo silenzio, ordina.
L’azione
del protagonista è proprio quella di donare un contenuto alla realtà: per
vivere occupa case altrui momentaneamente disabitate e in queste case, con
premura e affettuosa attenzione pulisce, aggiusta, ri-ordina; è proprio in una
casa vuota che Tae-suk incontra Sun-hwa,una persona svuotata, alla quale regala
un contenuto.
Ma
il gioco interno alla coppia conserva un contesto esterno reale e per questo è
condannato a soccombere alle sue leggi: il protagonista, arrestato perché
scoperto, porta alle estreme conseguenze l’emarginazione, fino all’eccesso:
l’eroe diventa invisibile proprio per ritornare definitivamente dalla donna
La
loro realtà supera in questo modo i sensi e la percezione diventa totale: è il
sentire e non vedere l’amato, quella consapevolezza dell’essere che supera la
cognizione dei sensi.
L’apparente dissidio tra pessimismo e solitudine nasconde in fondo un dramma inteso come follia dell'illusione e la sua sconcertante verità è l’intreccio di storie che sembrano ricordarci come la nostra esistenza sia la lotta della memoria contro l'oblio, il suo non-tempo. Ma il dramma è sempre e solo apparente, perché è comunque illusione:l'amore, il vero amore, rimane sempre quello delle cose non dette.
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