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Quella degli Hosoo
Transmongolia è una formazione stupefacente: cinque musicisti, tutti di età
compresa tra i 19 e i 35 anni e rigorosamente mongoli. L’indole nomade li ha
guidati attraverso gli Altai, le infinite steppe russe e gli Urali sino in
Germania, dove risiedono ormai da anni.
Le contaminazioni con il mondo occidentale non hanno però intaccato il profondo
legame con la tradizione mongola: i costumi che indossano sul palco, le
particolarissime tecniche di canto diplofonico, gli strumenti tipici suonati in
assenza di qualunque forma di amplificazione rappresentano il cordone
ombelicale con una terra e cultura che, seppur lontana, ad oggi non si sono
decisi a recidere… la loro è piuttosto una trasposizione della tradizione
Höömij in un contesto urbano e dai tratti marcatamente occidentali.
Incontro Dangaa Khosbayar, in arte Hosoo, e i suoi quattro compagni al tavolo
di un ristorante, dopo il concerto… quelle che seguono sono le nostre
chiacchiere in libertà, tra una bistecca e l’altra.
Un grazie a Peter Patti per la traduzione! Per chiunque volesse approfondire
l’argomento, segnalo il link al suo blog musicale http://blog.virgilio.it/topolain
nel quale è presente un bellissimo articolo riguardo Hosoo e la sua arte.
Massimo Baraldi: Alcuni
anni fa hai dichiarato che in Mongolia l’interesse per la tecnica di canto
Höömij è piuttosto scarso. Eppure, quando ci si riferisce alla Mongolia, non si
può fare a meno di pensare a una terra dalle solide tradizioni...
Hosoo: Per
migliaia di anni noi mongoli abbiamo vissuto nella natura, lontano dalle grandi
città, dai tipici prodotti della civilizzazione, lontani dalla tecnologia... E
ancora oggi è in parte così. Per un mongolo, la terra, le montagne e i
fiumi sono sacri. E‘ una tradizione dura a morire. Come quella degli sciamani.
Non c’è la proprietà privata, nei villaggi montani o nel deserto del Gobi: si è
soli, a tu per tu con la natura.
MB: Come mai,
dunque, questo disinteresse?
H: Da una parte
c’è disinteresse, è vero, e ciò per motivi storici. Per 40 anni e oltre abbiamo
vissuto sotto il comunismo, che, oltre a razionarci il grano che noi stessi
producevamo, ci ha vietato il canto Höömij. Chi è riuscito ad emigrare allora
(in India, negli USA, ecc.) ha portato con sé quest’arte in quei Paesi. Oggi
ufficialmente l’ Höömij non esiste...
MB: E
tuttavia oggi l’arte Höömij si è ulteriormente sviluppata. Com’è possibile? E
in quale direzione va l’odierna cultura mongolica?
H: Sì, questa è
l’altra faccia della realtà: negli ultimi 30 anni l’Höömij si è sviluppato.
Pian piano, in maniera sotterranea, l’interesse ricresce. Purtroppo, però,
molti di coloro che si dedicano a quest‘arte non hanno appreso le vere regole
che ne sono a fondamento... Ecco perché ci sono pochi cantanti degni di
menzione. Tra questi, Sundui, Sengedorj, Ganbold... alcuni giovani vengono da
me per imparare... ma questi 40 anni di socialismo sovietico hanno segnato in
maniera negativa la continuità della tradizione. Mi chiedi in che direzione va
la nostra cultura. Ti dirò: non c’è molta differenza tra il pensiero mongolo di
oggi con quello di 1000 anni fa. Dalla metà degli anni 90 c’è stato il grande
ritorno alle tradizioni. Tuttora in Mongolia abbiamo pochissima cultura
europea. A livello sociale esiste lo sfruttamento, questo sì: bambini che
lavorano nelle miniere di carbone, e i famigerati bambini di strada... Ma
principalmente rimangono vive le tradizioni. Le occupazioni principali della
nostra gente sono ancora la caccia e la pastorizia. Abbiamo il nomadismo nel
sangue! Per questo, tra i nostri più grandi valori, c’è quello del “ritorno al
luogo d’origine“. In Mongolia si dice che, se uno non rivede almeno una volta
al mese il posto dov’è nato, è una persona malata. Il ritorno alla propria
famiglia: un‘unione molto forte, una cerimonia difficile da spiegare a uno
straniero. Devi pensare che da noi i bambini non nascono nelle cliniche. Spesso
è la nonna a fungere da levatrice... E‘ un rito che si tramanda di generazione
in generazione. Come l’arte Höömij, che è nata nella regione da cui provengo
io.
MB: Dunque tu
mi confermi che la cultura popolare mongola rimane fortemente legata alle forze
della natura. Nell’Europa Occidentale abbiamo smarrito questo legame, e così ci
ritroviamo costretti a ricreare il nostro mondo con nuovi principi etici. Come
giudichi ciò?
H: Sì, è vero, al
contrario di voi occidentali il nostro legame con la natura è ancora integro.
Noi non abbiamo computer. Non così tanti e non ovunque, ad ogni modo. Nelle
nostre grandi città, Ulan Bator e altre due-tre, forse si sta facendo strada un
modus vivendi all’Occidentale... Ma nel resto del Paese ogni cosa rimane come
mille anni fa... Siamo ancora i nomadi di una volta, in fondo.
MB: Dersu
Uzala, il personaggio principale dell’omonimo film di Akira Kurosawa, non è
riuscito a superare la discrepanza tra tradizione e modernità... Secondo te, in
quale direzione dobbiamo andare?
H: Difficile
dirlo. E‘ capitato anche a me di vivere in una città, ma non mi sono sentito
felice là. Ormai mi rendo conto di poter comporre e far musica unicamente nella
natura. Amo le voci della natura. I rumori di una città sono alienanti. Ti
ricordo che l’ Höömij è un canto “di imitazione“: in esso ci sono le voci degli
animali (cavalli, lupi, cammelli) e quella dei fiumi, l’eco delle montagne e il
suono del vento. Quando vivevo in città rischiai quasi di perdere il mio
orecchio musicale. In quale direzione andare, mi chiedi? C’è un’unica risposta:
nella direzione della natura.
MB: Attualmente
l’industria discografica è molto aperta alla musica etnica (penso al vasto
progetto di Peter Gabriel Real World, o all’artista balcanico Goran Bregovic).
Ciò significa forse la riscoperta della cultura popolare oppure si tratta di
mero business?
H: La musica
tradizionale non è mai abbastanza, e quella che di solito ci propinano è solo
show business. Ma molte persone, anche all’Ovest, tendono a ritrovare le
proprie radici. Anche se purtroppo poi ascoltano (forse perché costretti a
farlo) pseudomusica, ovvero suoni prodotti dai computer.
MB: Nella tua
nuova produzione si nota una maggiore apertura ai codici musicali
dell’Occidente. Pensi che l’arte Höömij e il jazz possono convivere e
arricchirsi vicendevolmente?
H: Sì. C’è una
corrente jazzistica che abbraccia la musica etnica. Saprai che anni fa, con il
gruppo tedesco Embryo, ho fatto una tournée che ci portò tra l’altro in Marocco
e in Turchia...
MB: Infatti. E
assistendo oggi alla tua esibizione mi è capitato di pensare spesso al blues...
H: Blues, dici.
Può darsi. Noi mongoli però non pensiamo in questi termini, non classifichiamo
la nostra musica nell’ottica di quella occidentale. Molte persone della mia
stessa regione non sanno nemmeno che cosa sia il blues...
MB: Ma c’è
una musica occidentale che apprezzi in modo particolare?
H: Il jazz.
MB: Il jazz?
H: Sì.
MB: E‘ fantastica
la tua tecnica di canto...
H: Beh,
quando ero ancora in seno alla mia famiglia, a Chvod, nella provincia
Chandman-Sum, sui Monti Altai, cominciai prestissimo – appena settenne – a
dedicarmi all’ Höömij. Canto dunque da oltre 20 anni ormai...
Galleria fotografica degli Hosoo di Sergio Sala
Albiolo (CO), 17 febbraio 2006 © Massimo Baraldi
www.massimobaraldi.it
Traduzione di Peter Patti
Massimo Baraldi
Eclettico scrittore modenese di origine e comasco
d’adozione, nel dicembre 2002 pubblica per i tipi di Ignazio Maria Gallino
Editore la traduzione dal russo di “Per la voce”,
opera di Vladimir Majakovskij corredata dalle tavole costruttiviste di El
Lissitskij. L’edizione, in tiratura limitata e numerata di 1.000 copie, è stata
insignita del primo premio al “Premio Nazionale Gianfranco Fedrigoni per
l’Editoria di Pregio Edizione 2003” nella sezione “Altre Opere Editoriali”.
Nel dicembre 2002 ha costruito con lo scultore Enzo
Santambrogio una speciale edizione in tiratura limitata e numerata di 100 copie
del suo romanzo “One for the road – Soliloquio
da bancone in 19 giri e un brindisi”. L’edizione è stata
realizzata con copertina in ferro e contiene 12 serigrafie originali colorate
singolarmente con prodotti alcoolici da bar.
Nell’agosto 2003 ha realizzato il libro “Cronaca di un’ultima lunga notte” con lo
scultore Enzo Santambrogio. L’edizione (in materiali vari) ha una tiratura di
100 copie numerate.
Il 26 ottobre 2003 ha partecipato alla mostra “LIBRI
DI SACCO” con il libro “Notte buia in tazza
grande”. Agli artisti partecipanti era richiesto di rivisitare
il sacco di caffè in chiave artistica ed in forma di libro. L’opera è stata
inserita nel catalogo della mostra. L’organizzazione dell’evento è di OMAN
Caffè, Como.
Nel giugno 2004 con il racconto “Sberequeck!” ha vinto il primo premio alla
2° edizione del Concorso Artistico e Letterario “VOLANDO 2004”. Il racconto è
stato inserito nella raccolta “FLY”
edita da Michele Di Salvo Editore nel mese di novembre 2004.
Nel dicembre 2004 ha contribuito alla realizzazione
del libro per bambini "Viola e Ciclamino:
ovvero l'insolita e veritiera storia di Viola, la bambina che disegna le
nuvole, e Ciclamino, l'architetto delle stelle" in
collaborazione con Enzo Santambrogio e Wolf Testoni, autore delle
illustrazioni.
Nel 2005 realizza, in collaborazione con il fotografo
Francesco Corbetta, il racconto fotografico “Sogno
metropolitano - Affabulazione allocromatica per abbagli e risonanze”.
L’opera ha partecipato al “Toscana Foto Festival Edizione 2004” di Massa
Marittima (GR) ed è stato esposto inoltre alla galleria “La Stazione
Fotografica” di Lecco, all’ELMEPE Lariofiere di Erba (CO) ed al
Laboratorio Scalabrini di Grandate (CO).
Nel luglio 2005, con il
racconto "Due passi avanti, un passo
indietro" ha vinto il secondo
premio del concorso letterario "Culture in armonia", avente come tema
l'emigrazione italiana e l'immigrazione. L'evento - organizzato dall'AUSER
circolo di Paola (CS) con il patrocinio di Regione Calabria, Provincia di Cosenza,
Città di Paola e Comunità Montana Medio Tirreno e Pollino - si è svolto
nell'ambito del "Festival Emigrantimmigrati nel Mediterraneo", in
programma a Paola (CS) dal 25 al 31 luglio.
Nel novembre 2005 il suo romanzo “One for the road – Soliloquio da bancone in 19 giri e un
brindisi”, arricchito da una prefazione scritta dal grande poeta
americano Jack Hirschman, è stato pubblicato da Edizioni del Foglio
Clandestino. Il libro partecipa alla campagna di Greenpeace “Scrittori per le
foreste”.
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