Dopo Verba Manent, Joe Santangelo presenta il suo terzo thriller:
Il Calligrafo
presentazione 24 ottobre 2007 alla FNAC di Roma
(Galleria Commerciale di Porta Roma)
Da tempo “trapiantato” a Roma, Joe Santangelo è
noto negli ambienti sportivi come un vero
guerriero del ring, detentore negli anni ‘90 di titoli nazionali ed europei
ed in seguito consulente sportivo per federazioni e associazioni di categoria.
Poi la carriera in una multinazionale, il riaffiorare della passione per la
scrittura, inseguita di notte e nei lunghi viaggi di lavoro. La scrittura per
pulire le scorie che si sono depositate con il tempo sul modo di pensare e di
vivere il quotidiano e recuperare le esperienze più ricche e intense del proprio
recente passato, la musica, la filosofia e le arti marziali.
Oggi Santangelo ritorna con “IL CALLIGRAFO” edito
dalla genovese Chinaski. Mishima e Gurdjieff offrono il substrato ideologico di
una vicenda noir che vede come protagonisti un Samurai che persegue il pericolo
ad ogni costo lanciandosi nel “Fiume
dell’Azione” e un guerriero moderno che si misura con se stesso, perché
solo elevandosi si può trasformare il mondo circostante.
....
Santangelo ha scelto di scrivere thriller “
impegnati”, come sono state definite
dalla stampa le sue opere precedenti,
Rockiller
e
Verba Manent. Storie di uomini
alla ricerca del proprio posto nel mondo, che spesso smarriscono la strada.
Storie noir inondate di luce, perché l’uomo è sopravvissuto nella storia a ben
altre tragedie, dunque esiste sempre una via di fuga.
Il riscatto secondo Santangelo è sempre possibile attraverso
la consapevolezza. È nell’invisibile che l’uomo perde o vince. Quando i valori
si corrompono e le regole che sono state codificate per tutelarli, vengono
attuate “
formalmente”, si percorre la
strada dell’autocompiacimento, della confusione, della irresponsabilità. L’uomo
perde. E invariabilmente tradisce se stesso.
“Più guerrieri, meno
gregari. Non sopporto chi si vittimizza, chi non prende le redini della propria
esistenza e si lascia vivere dagli eventi, ma più degli ignavi non sopporto chi
rifiuta e non sa prendere responsabilità delle proprie azioni. Il guerriero è
l’uomo integro che prende una decisione e la persegue fino in fondo, come il
samurai del film di Akira Kurosawa (1954 – I Sette Samurai) che nell’istante in
cui decide di compiere la missione più pericolosa, si gira e corre verso
l’obiettivo. Il mondo dell’industria, della finanza così come della politica e
della pubblica amministrazione ha bisogno di uomini integri e responsabili che sappiano fare ciò che deve essere fatto.
Guerrieri capaci di uscire dalle ipnosi di massa, di proporre valori nuovi
recuperando un passato di nobili e antiche tradizioni ”.
Questa
è l’ultima provocazione di Santangelo.
PRESENTAZIONE del thriller
Un samurai e un
guerriero moderno. Ideogrammi vergati con il sangue su tele di canapa. Un
commissario che segue una pista di dolore e morte in un non-luogo che potrebbe
essere una qualsiasi delle grandi metropoli in cui ci consumiamo ogni giorno in
una frettolosa inazione.
Il calligrafo è un
uomo che persegue la regola dell’antico Samurai ma ha perso il proprio
equilibrio. Ogni regola ha un guscio, la parte normativa, e un seme, il valore
che la parte normativa conserva e protegge. Il calligrafo ha smarrito la
strada, si è persuaso che l’esercizio della regola possa risolversi in un
adempimento formale, nel decoro fine a se stesso. Che la colpa dei suoi mali
sia del mondo.
Ci sono uomini che
ancora coltivano i generosi ideali che hanno consentito alla nostra specie di
sopravvivere alle più disastrose calamità. Valori sepolti come pepite nella
melma, coperti dai sedimenti delle ipnosi di massa.
La trama di questo
noir si regge su un confronto generazionale di due modi di interpretare l’etica
del guerriero, la ricerca del “valore”.
Alcuni di questi
uomini percorrono la via del sangue.
Altri quella della
responsabilità.
Ma la colpa del padre
non ricade necessariamente sul figlio.
PREMESSA (tratta da “Il Calligrafo”)
Gli uomini compiono
impercettibili gesti quotidiani che assumono significato soltanto al termine di
una vita. Comportamenti, abitudini invisibili che si completano lentamente, nel
silenzio. E che al termine definiscono la qualità di un uomo.
C’è chi si fa vivere
dalla vita e dal tempo.
Chi riesce a essere
l’attore protagonista, il creatore della propria esistenza. Questo è quello che
chiamo vivere la propria vita.
Non è facile e non è
per tutti. Credo che il migliore alleato su questa strada sia la morte. Sì la
morte, che ti ricorda di vivere ogni attimo nella sua pienezza, come se fosse
l’ultimo. Il qui e ora.
Intraprendere questo
percorso richiede forza, determinazione e prontezza. Farsi accompagnare dalla
morte in vita è una scelta di grande responsabilità. Significa riconoscere che
il mondo non ha colpa delle tue sventure. Che se sbagli muori.
Gli antichi Samurai
hanno da sempre tutta la mia ammirazione perché mi sembra che nessuna altra
casta e classe sociale dell’antichità abbia interpretato così fedelmente l’idea
di servire la propria causa senza alcun timore della morte. Uomini ordinari in
apparenza, che traevano un guadagno irrisorio dal proprio servizio, cento ‘koku’,
la misura unitaria con cui si definiva una certa quantità di riso. Per un
samurai l’appartenenza alla casta dei guerrieri era di per sé ricompensa
sufficiente per vivere. L’onore di servire un Daimyo, l’orgoglio delle ferite
di guerra, la disciplina del corpo e dello spirito attraverso una serie di
complessi rituali, sono solo alcuni dei grandi valori di un vero Samurai.
Individui spesso drammaticamente soli e alle prese con povertà di mezzi,
temperature freddissime e situazioni di grande pericolo. Che nonostante tutto
conservavano la propria fierezza, volontà e coraggio.
Chi combatte per la vita
ha qualcosa da perdere e dunque si ritrae, si affanna e diventa vulnerabile;
diversamente si è invincibili, perché si può morire una volta sola.
Ai nostri tempi è
davvero arduo scovare valori a cui consacrare un’esistenza. È quasi
impossibile, e infatti nessuno lo fa.
Quanto migliori
saremmo tutti noi se potessimo concedere a un valore che non fosse l’esistenza
fisica, il primato più alto? Come si trasformerebbe il nostro mondo se
d’incanto nessuno di noi riuscisse più a mentire, a dissimulare, a temere la
solitudine, la privazione, la morte? Vivere la propria vita dopo aver ucciso la
propria esistenza fisica, i desideri, i capricci, le velleità… Vivere
attestandosi a un livello superiore di consapevolezza, laddove non esistono le
trappole della vanità, dell’orgoglio e dell’apparire. Senza paura, né spirito
di auto-conservazione. Questo istinto che molti considerano un’umana
impellenza, un fatto concreto senza il quale cadremmo tutti preda di una
trappola suicidiaria inutile e idiota. E che invece mi sembra un meraviglioso
alibi per legittimare gli atti di egoismo più estremi. Il dogma di una
religione dell’opportunismo che sancisce, in definitiva, l’esistenza della
fortuna e il valore della sorte.
Mi chiedo chi di noi
sarebbe capace di fare questo salto nella psicologia.
Forse solo un Samurai
moderno.
Non credo nella sorte
e non credo nel destino, ma sono figlio del consumismo, del permissivismo e di
una falsa democrazia, dunque non potrò mai dare una risposta oggettivamente
valida a queste domande se prima non riesco a evadere da questa attuale
condizione di soggezione.
Ebbene sì, lo
confesso: sto cercando una via di fuga.
Ma il sovvertimento
delle regole è ancora un forte tabù. Il sistema ci osserva come si fa con i
topolini in gabbia e, in presenza di una variabile non prevista, ci riporta
subito alla condizione di non nuocere. Il sistema si auto-protegge e non
tollera movimenti controproducenti. È per questo che sono convinto che la
rivoluzione non possa nascere dalla massa, che il vero sovvertimento sia un
fenomeno che si completa nell’invisibile, a livello individuale.
La massa è sempre
manovrata più o meno consapevolmente dalla guida di un’idea, dal sogno di un
solo individuo. Ma quante volte la massa è riuscita ad avanzare compatta e
sovvertire il sistema? Poche volte nella storia. E in questi casi sempre a
opera di quegli individui che hanno realmente sentito l’esigenza di una
rivoluzione, sono diventati una cosa sola con questa idea e di conseguenza
l’hanno attuata. Dallo spazio passivo del sognato, questi uomini sono diventati
essi stessi sognatori attivi della rivoluzione. È impossibile fallire, in
questi casi.
Si può non muovere la
propria ombra?
La superficialità
della nostra epoca è testimoniata dalla mancanza di stupore, dall’incapacità di
amare, dall’oblio di se stessi. Di quell’anima purissima che secondo Mishima
ciascun uomo possiede e di cui deve semplicemente ricordarsi.
Nessuno più si
sorprende, non c’è incredulità e amore dell’azione in nome dei valori più puri
dell’uomo: semplicemente si prende atto di ciò che accade, si spegne la
televisione, si accende una sigaretta e amen.
Permettetemi – allora
– di muovere altri personaggi al posto mio.
Chissà che, nel tempo,
non mi si rivoltino contro.