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Questa raccolta di liriche presenta, per la
prima volta tradotta in lingua italiana, l’arte poetica del cinese Yang Xuheng
che, nato a Kunming nella regione dello Yunnan il 29 giugno del 1966, definisce
la poesia “anima e allo stesso tempo voce dell’Universo” il cui “strumento
espressivo”, il poeta, ne ascolta e trascrive le parole per cercare di
trasmettere l’impulso vivo e intangibile che percepisce nel suo cuore, le idee
che scorrono nella sua mente e infine i misteri che scova all’interno della sua
anima.
Yang Xuheng ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti a livello internazionale,
tanto da essere stato personalmente invitato da Tomas Transtromer (Stoccolma,
1931), unanimemente riconosciuto tra i più importanti poeti viventi al mondo, a
partecipare nel 2002 al Festival Internazionale della Poesia di Nässjö
(Svezia).
Il dottor Fabio Mango, frequentando assiduamente Kunming, ha avuto modo di
allacciare una profonda amicizia con il poeta cinese, che è risultata
indispensabile per cogliere e mantenere intatta nella sua traduzione italiana,
fedele e precisa nella scelta lessicale, l’immagine naturale nella sua
corrispondenza emotiva e la complessa alchimia linguistica del poeta, che
unisce sentimento ed intelletto, privandosi di artifizi retorici solennizzanti.
Come accortamente osservava
il grande studioso di culture orientali Giuseppe Tucci (1894-1984), ogni tipo
di traduzione dal cinese deve essere considerata un’interpretazione che
scaturisce dall’evidente polisemia dell’ideogramma, in virtù della sua natura
di concretizzare a livello visivo i contenuti mentali. La scrittura cinese,
priva di alfabeto, “fotografa” un modo di pensare che viaggia per analogia, con
cui esprime integralmente un’essenza individuale, trasmettendo la conoscenza
pratica che ricerca l’ordine in base ai ritmi.
Dall’osservazione vigile
della natura, infatti, che giustifica l’attenzione dell’uomo cinese
all’elemento empirico del mondo fenomenico, dominato dai cicli lenti e continui
dei mutamenti, nasce l’esigenza di formulare una concezione mancante di
prerogative assolute di carattere religioso e di quel confronto mitopoietico
col divino, che concepisce la natura come espressione di un
“materialismo-spirituale”, non di valenza storica, ma organico e dialettico,
direttamente coinvolto all’interno della conoscenza cosmologica.
Il carattere cinese,
“comunque” evoca sempre un archetipo, ovvero desta nella coscienza, non
solamente intellettiva, una visione che è al contempo assoluta quanto relativa
e la sintesi è espressa graficamente dal peculiare sistema di scrittura,
l’insieme logico dei caratteri polisemantici, che regola e mantiene una realtà
ordinata secondo canoni compositivi e strutturali ben definiti, da rispettare
per la costruzione dell’ideogramma. Pur non perdendo
nel tempo l’elemento simbolico ipertestuale, la scrittura assumerà nell’arco
dei secoli il ruolo e la funzione di “segno”, stabilendo il sopravvento della
componente grafica che per certi versi destruttura e defigura il carattere
ideografico delle origini, rendendosi talora illeggibile negli esiti più
estremi. In questo contesto la scrittura cinese può essere concepita come la
prova ultima dell’erudito, considerando che il predominio dei “letterati”,
risultato della rigida disciplina immutabile di secolo in secolo, fu anche
dovuto all’invenzione del carattere la cui totale conoscenza e l’esatta
trascrizione grafica possono essere considerate per se stesse un tour de force
di erudizione senza eguali: questo spiega come fu enorme l’influenza avuta dal
carattere sulla formazione del metodo, del pensiero e quindi dell’arte cinese,
mentre la calligrafia e la poesia, assieme alla pittura, assumono il ruolo
delle tre arti sublimi.
Yang Xuheng che si svincola
da ogni corrente letteraria, emergendo indomito con la sua peculiare
sensibilità che ricerca l’essenza della libertà espressiva priva di retorica,
non scrive per diletto né per motivi economici: la sua arte nasce prima di
tutto come esigenza di saldare il connubio tra poesia e sentimenti, senza negare
quell’eredità letteraria che inevitabilmente il poeta conserva e protegge in
sé. Iniziando a scrivere a seguito dei fatti di Tiananmen nel 1989, in un
delicato momento storico che ha obiettivamente rappresentato un punto di svolta
sociale e culturale della Cina, Yang Xuheng pur rifiutando e negando
drasticamente nelle sue riflessioni eventuali vincoli alla realtà politica
cinese, propone comunque un’arte poetica che preclude un atteggiamento
totalmente astratto, rendendosi tutt’altro che insensibile agli eventi di
attualità, come dimostrano le sue prime opere letterarie raccolte sotto il
titolo di “Wanzheng de niao” (Uccello Perfetto). La sua arte poetica inoltre
sancisce l’adesione ad un precisa identità storico culturale come quella cinese
e al suo ancestrale pensiero estetico che riaffiora in ogni riflessione: le
metafore espresse nelle poesie includono molteplici interpretazioni e il testo,
come sostiene lo stesso poeta, diventa “oggetto indipendente tra autore e
lettore” mentre chi legge “filtra” e rielabora, sulla base di peculiari
percezioni emotive, il significante dal significato. Pur presentando temi e
soggetti che provocano la sensibilità di chi ne percepisce il contenuto,
investe la poesia di un’aurea di “democraticità” che suggerisce, evocando, senza
influenzare il lettore; non mancano nelle sue liriche costanti richiami alla
natura che, nella visione del mondo cinese, risulta indissolubilmente vincolata
all’uomo: parlare di natura è parlare dell’uomo, essendone strutturalmente e
organicamente costituito.
In una delle prime liriche
scritte, per certi versi il suo manifesto, che ha poi dato il nome a tutta la
raccolta di “Wanzheng de niao”, Yang Xuheng paragona la poesia ad un volatile
sempre pronto ad ascendere al cielo, anche quando si tenta di privarne lo
spirito libero che rimane sempre immutabile nella sua entità, mentre ogni
tentativo di resistenza risulta vano:
/ … / L’uccello è una
ballata/che vola incessantemente/ … /
/Sulla spiaggia che emette una luce blu, presaga di morte/
benché possa essere colpito da un proiettile/ o catturato da vecchi
pescatori/ o rinchiuso con cura in una gabbia da allevamento:
/è sempre un uccello: una ballata/.
Il tema della libertà, che
risulta particolarmente caro al poeta, si presenta in “Un mazzo di fiori bianchi”,
con tono deciso e perentorio, come un desiderio di speranza per tutti coloro
che ne sono stati privati ingiustamente, oppure in “Sui raggi del sole”, con
tono aspro e polemico, come denuncia contro chi tenta di ostacolarla. Un
accento pessimistico e una vigorosa provocazione contro chi gestisce il potere
emergono in liriche come “Crepuscolo” dove affiorano momenti di sfiducia che
rasentano lo scetticismo, descrivendo l’uomo ormai totalmente estraneo, mentre
contempla l’oscuro riflesso di se stesso in una comune
città /Camminavo in città, seguendo la mia ombra scura/
In “Tramonto” un sottile entusiasmo per gli imminenti cambiamenti sembra
pervadere l’animo del poeta che, giocando su squisiti neologismi semantici, non
rinnega la radice culturale a cui appartiene.
/Il viso color rosso-oro,/
scende con esasperata lentezza/.
“Pa-luo” (salire-scendere) utilizzato per descrivere un tramonto, è formato da
due verbi antitetici e viene usato dal poeta per descrivere il percorso del
sole che è discendente (tramonto), ma allo stesso tempo ascendente (alba) per
chi vive in un altro punto del pianeta, inseguendo un relativismo anche inteso
come ansia metafisica e ricerca di immortalità. L’utilizzo del binomio, che
comprende due significati tra loro opposti, risiede alla radice della
speculazione teorica cinese, sulla base estetica che l’uno non preclude
l’altro, anzi consiste proprio nell’interconessione di queste due modalità tra
loro opposte l’armonia e l’ordine ricercati, come è sinteticamente
rappresentato dal Dao. Se da un lato il poeta rispetta la composizione della
ideogramma cinese, che concettualmente include anche il suo contrario
semantico, dall’altro emerge il suo spirito “cosmopolita” che intende con la
sua lirica stemperare idealmente i confini nazionali, fin quasi ad annullarli.
Non manca però la critica all’inarrestabile modernizzazione e alla repentina
trasformazione delle città, tematiche assai frequenti nella più attuale
indagine artistico-letteraria cinese, come ne “La storia del castello” dove emerge
imponente il dissidio interno tra la minaccia della città moderna e la
tranquillità della città antica (il castello) che il poeta umanizza, mettendone
in risalto i sentimenti e la descrive come un rifugio di emozioni salvifiche e
pure che mantengono intatta l’austera eleganza di un tempo:
/Il castello una volta
piangeva,/ ostentando la sua
sensibilità.
/Parlava d’amore/ a vergini e bambini/.
/Aveva un contegno da signore /…/.
Spontaneo, sempre attento alle problematiche scaturite dalla realtà attuale, proferite
con sapiente maestria mediante un linguaggio vivace e diretto, anche se a volte
volutamente ermetico, ma abilmente rispettato nella sua traduzione italiana,
Yang Xuheng presenta una poesia che non rinnega gli influssi della tradizione
modernista, soprattutto della corrente del simbolismo, dove si avvertono
influenze dell’estetica baudeleriana, del programma immaginista, nonché del
surrealismo nella composizione delle immagini. La sua originalità espressiva
risiede comunque nel delicato e vivace linguaggio dei colori, nella costante
presenza della natura, evocata attraverso esseri appartenenti al mondo animale
e nell’uso di neologismi e della metafora, espedienti che testimoniano come la
contaminazione tra culture diverse possa costituire un determinante impulso
alla creatività.
Pur non volendo trattare
intenzionalmente tematiche sociali, politiche ed esistenziali, sono le sue
poesie che si offrono come ricettacolo della realtà. Abolito ogni accenno al
sentimentalismo, colta e tradotta l’immagine naturale nella sua corrispondenza
emotiva, Yang Xuheng si pone sulla stessa lunghezza d’onda di Tomas
Transtromer, uno degli interpreti più lucidi della crisi dell’uomo
contemporaneo e della “terra desolata” in cui egli vive, laddove affiora un
evidente pessimismo cosmico, soprattutto in quelle liriche “atemporali” e del
“non luogo”, dove nella scenografia, che fa loro da cornice, prevale una natura
sconsolata che traduce la totale assenza o quasi dell’entità umana. Attraverso
le sue poesie Yang Xuheng testimonia come la tradizione possa rimanere sempre
una costante nel divenire storico di una cultura e al contempo possa rivelarsi
di sconvolgente attualità, soprattutto se inglobata all’interno delle
contingenti sperimentazioni letterarie internazionali, mediante linguaggi
espressivi che per raffinatezza estetica ed evocazione visiva si legano
all’ingentilita ricercatezza di termini quotidiani appropriati e significativi
sul piano semiologico dell’immaginario collettivo fino a rientrare
perfettamente nei canoni delle più attuali indagini della letteratura
indipendente contemporanea.
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